SUL SALARIO MINIMO

 

   L'Italia è tra i pochi paesi a non avere leggi specifiche in materia. Il DDL Catalfo, fermo al Senato dal 2021, al suo posto i partiti della maggioranza governativa hanno approvato un disegno di legge per “rafforzare la contrattazione”.

 

   È opportuno ricapitolare alcuni dati in merito al salario minimo: nella gran parte dei paesi europei il salario minimo esiste, e con ogni evidenza, non ha alcun carattere di eversione dell’ordinario funzionamento delle relazioni sociali capitalistiche. Vale la pena di aggiungere che in più di un caso è superiore al salario medio dei lavoratori italiani. È, di conseguenza, il caso di domandarsi perché nel contesto italiano l’introduzione di questa misura abbia sollevato un’opposizione così forte e determinata.

 

   L’argomento principale, che è diventato un vero e proprio mantra, che gli oppositori al salario minimo hanno sollevato è che la stragrande maggioranza dei lavoratori italiani lavorano in categorie dove i salari sono stabiliti dai contratti collettivi nazionali e che non ve ne sarebbe quindi alcun bisogno.

 

   In realtà si tratta di una posizione ai limiti del surreale se si considera il peso del cosiddetto lavoro povero in Italia e cioè del lavoro contrattualmente retribuito intorno ai 5 euro lordi all’ora. Nella pubblicistica corrente molti sostengono che il problema sarebbero i cosiddetti “contratti pirata”, e cioè dei contratti firmati da sindacati direttamente finanziati dal padronato e nella realtà inesistenti. In realtà i tre principali contratti del lavoro povero sono stati firmati da CGIL CISL e UIL nei comparti Vigilanza privata, Multiservizi e Servizi Fiduciari e riguardano diversi milioni di lavoratori.

 

   Siamo di conseguenza di fronte a una situazione un cui un intero settore del capitalismo italiano, in particolare ma non solo nel terziario, esiste grazie al lavoro povero, al punto che si potrebbe parlare di una vera e propria lumpen-borghesia.

 

   Ai lavoratori inquadrati in questi contratti va aggiunto il mondo del lavoro nero, delle false partite IVA, dei lavoratori che operano per le imprese in subappalto, dei lavoratori con contratti part-time ecc. con effetto che la classe viene scientificamente spaccata fra una parte che “gode” di contratti “normali” e una parte che ne è esclusa.

 

   Premesso ciò, è importante ricordare che i salari dei lavoratori non “poveri” sono fermi da trent’anni, con l’effetto che la quota parte della ricchezza sociale che va al lavoro si è straordinariamente ridotta.

 

   In realtà vi è un legame strettissimo fra precarizzazione, indebolimento dei diritti, sistema degli appalti ecc. e indebolimento generale della forza contrattuale della classe, oltre che con le derive corporative che si affermano nei limitati settori di classe che hanno la possibilità di ottenere condizioni contrattuali meno indecenti a livello aziendale o categoriale.

 

    Sul tema del salario minimo si sono date due iniziative da parte di soggetti politici diversi:

 

1)    Una prima proposta di legge promossa da Unione Popolare (PRC, PAP, ecc.) che chiede un salario minimo di 10 euro lordi indicizzati e completamente a carico delle aziende;

2)    Una dell’opposizione parlamentare (Azione, 5S, PD e SI) che chiede 9 euro, non indicizzati e parzialmente coperti da investimenti pubblici. È evidente la preoccupazione dell’opposizione parlamentare di rendere “accettabile” la sua proposta di legge nella misura in cui non colpirebbe la stessa esistenza della lumpen-borghesia.

 

   Fatto salvo che di regola il triste destino delle proposte di legge popolari è quello di finire in un cassetto (ed è quello che è accaduto), era evidente che l’attuale maggioranza di governo – la cui base sociale, particolarmente quella di Fratelli d’Italia, è in larga parte proprio la lumpen-borghesia  - non aveva la minima intenzione né disponibilità ad accettare l’introduzione del salario minimo né nella versione dell’Unione Popolare, né nella versione soft dell’opposizione parlamentare, anche se non è da escludersi qualche intervento ulteriormente depotenziato di sostegno al reddito a fini elettorali.

 

   Non a caso l’elaborazione di una proposta sul salario minimo è stata affidata ad un ente, che è nella sostanza una vera e propria camera delle corporazioni, come il CNEL che da anni era in attesa di dissoluzione e che è diretto da dichiarati avversari del salario minimo come Renato Brunetta.

 

   Bisogna sottolineare il fatto che tutta la questione del salario minimo non è stata affrontata sulla base di una mobilitazione dei lavoratori che richiedevano aumenti salariali, ma come iniziativa di una serie di soggetti politici, come Unione Popolare che aveva l’esigenza di proporsi come una sinistra radicale e di conquistare il consenso di settore di  lavoratori combattivi, e come l’opposizione parlamentare che, in presenza di un governo di destra fascista, ha l’esigenza di ricollocarsi come “sinistra”, mettendo sotto tappeto decenni di serena accettazione delle politiche di taglio dei salari, indebolimento dei diritti, ecc.

 

    L’operazione politico-elettorale da parte dell’opposizione parlamentare come si è visto non è riuscita, decenni di disincanto della “politica” da parte delle masse popolari che ha portato un’astensione elettorale attorno al 48% nelle ultime elezioni europee del 2024[1].

 

   È però un fatto da non sottovalutare che per la prima volta da anni la questione del salario, o quantomeno del lavoro povero, è posto all’attenzione dell’opinione pubblica.

 

   Sulla questione del salario minimo, d’altro canto, vi è stata una significativa modificazione delle posizioni sia da parte di CGIL CISL e UIL che di quelli di base.

 

   Come è noto tradizionalmente CGIL CISL e UIL sono sempre state contrarie all’intervento legislativo sulle retribuzioni ritenendolo una riduzione del ruolo della contrattazione e, di conseguenza, del loro ruolo.

 

    In un quadro politico radicalmente modificato con l’ascesa del governo delle destre la CGIL ha cambiato posizione facendo del salario minimo un’occasione di mobilitazione generale contro il governo stesso all’interno di una piattaforma straordinariamente più radicale rispetto a quella che la caratterizzava ancora qualche anno addietro. È stato, per certi versi divertente ascoltare il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, invitata al Congresso della CGIL, che ricordava ai partecipanti ciò che avevano sempre sostenuto nel merito alla centralità della contrattazione. La CISL, fedele alla sua tradizionale posizione, per la quale non vi sono governi nemici, è anche questa non è una novità, si tiene invece alla difesa della contrattazione; su di che tipo di contrattazione si tratti non vale la pena di insistere.

 

    In che misura la discesa in campo della CGIL, il suo porsi come soggetto politico/sociale in grado di costruire una fitta rete di relazioni con l’associazionismo legato alla sinistra e al mondo cattolico avrà una ricaduta sul conflitto di classe non è possibile valutare oggi.

 

 

Collettivo Comunista Metropolitano - Milano

 

Agosto 2024  

   



[1] https://www.borsainside.com/politica/elezioni-europee-2024-risultati-dato-astensione-e-conseguenze/